marocco senza veli

il libro

Il Libro

i primi capitoli

Hic Sunt Leones

Capitolo 0

Tutto iniziò con Odisseo;
e con la mia professoressa di lettere;
e con Dante, che condannò Odisseo alla fiamma eterna dell’Inferno;
e con il mio compagno di classe, fummo gli unici a prendere le difese di Odisseo. Come il giorno prima: fummo gli unici a parlare in favore della Turchia. 

“No, non possiamo accettare la loro richiesta di entrare nell’Unione Europea, non c’è libertà di espressione in Turchia!” disse la mia professoressa.

E noi giù a rispondere, botta a botta, a testa alta, come sempre. Finché non capitolò e urlò: “Basta! Finitela! Dovete starvene zitti!”
“Allora qui siamo in Turchia, stronza!” ruggimmo! 

No, in realtà “stronza” non lo dicemmo… ma avevamo ragione, per diamine! Come ogni santo giorno: guerra, guerra senza quartiere.

“Ma come cavolo si fa a condannare Odisseo per aver cercato di attraversare il limite ultimo della conoscenza umana? Non ha alcun senso!” 

Quindici anni dopo, sullo Stretto di Gibilterra, l’estremità sud dell’Europa continentale, finalmente vidi con i miei occhi il punto preciso in cui Odisseo sarebbe sprofondato nelle viscere del mare, condannato da Dante alla dannazione eterna. E quella professoressa di lettere si materializzò nella mia testa. Gli scrittori si prendono tutti i meriti, i professori tutte le colpe.

La fine della costa Mediterranea, dove si dice che le Colonne d’Ercole furono poste per segnare la fine delle terre emerse, il limite estremo della conoscenza umana; il finis africae. 

E poi? L’abisso, il vuoto totale, il baratro senza fine. 

Hic sunt leones.

le colonne d'ercole

Capitolo 1

Il Marocco sembrava così vicino. Si riusciva quasi a sentire il muezzin o ad assaporare i differenti colori speziati di Tangeri; li trasportava il vento, un vento ibrido: tiepido come il Mediterraneo, profondo come l’Atlantico. Lo stesso vento che spingeva le decine di kite surfers che scivolavano sulla riva di Tarifa, dipingendola come tante piccole macchie di acquerello.

Sarebbe stato figo raggiungere Tangeri con un kite surf, ma mi dovetti accontentare di un battello lento e noioso, ricolmo di turisti rallentati e annoiati. Ma almeno avrei potuto vedere i delfini, giusto? Beh, l’unica cosa che vidi furono quei terribili sandali che i turisti tedeschi amano tanto abbinare ai calzini bianchi.

Però, devo ammettere che raggiungere il Marocco in battello, piuttosto che in aereo, ha il suo fascino. Sì, sei in balia dei gruppi di turisti tedeschi… ma attraversi lo Stretto di Gibilterra! Dall’Andalusia al Marocco, dall’Europa all’Africa, nonostante si cambi continente, si può sentire l’energia che fluisce tra i due luoghi, come se il Mediterraneo ti sussurrasse nelle orecchie che centinaia di anni fa questi due angoli della terra condividevano spesso la stessa lingua, la stessa religione, la stessa cultura.

Scesi dal battello, misi piede sulla banchina e seguii il flusso di persone fino a un passaggio obbligato dove due doganieri controllavano i documenti di tutti i passeggeri. Uno dei due prese il mio passaporto e iniziò a sfogliarlo. Dopo alcuni secondi si scambiò un’occhiata con il suo collega.

“No stamp? Il visto?” mi chiese, guardandomi con sospetto.

“No, I thought I would get it here. Pensavo di farlo qui,” risposi, sentendomi le budella sciogliersi in pancia.

“No, boat,” mi disse, indicando il battello alle mie spalle. 

Merda! Risalii trafelato nel battello, merda, merda, merda! saltando i gradini a due a due, evitando un impiegato di pulizia, correndo spedito verso la fine della hall dove precedentemente avevo visto un piccolo stand. Deve essere quello! Infatti, ci trovai un impiegato che stava rimettendo alcune scartoffie, timbri e registri in una valigetta vecchia e lisa. “Hey! My stamp!” dissi, sbattendo il passaporto sul bancone. Mi guardò piuttosto irritato, con la stessa espressione che hanno i commercianti quando entri nel loro negozio alle 19:59. Poi, scuotendo la testa, tirò fuori i suoi registri, prese il passaporto e iniziò a fare dei controlli. Mi appoggiai sul bancone, cercando di riprendere fiato; guardavo fisso delle macchie di olio sulla carta dei registri… sembrava quasi che si espandessero a vista d’occhio. Sbam! Rialzai la testa; l’impiegato aveva appena timbrato il passaporto e me lo stava porgendo, questa volta sorridendo.

Ricevetti il mio primo benvenuto non appena mi allontanai dalla banchina di Tangeri.

“Buenos días! De dónde eres? Buon giorno! Di dove sei?”

“Italia.”

“Benvenuto! Chi va sano va piano e va lontano, chi va forte va fino alla morte!”

“Ahah, ok.” sorrisi e poi abbassai lo sguardo sul mio cellulare, per controllare… per controllare non so cosa, visto che avevo già perso la connessione.

“Necesitas una guía turística? Hai bisogno di una guida turistica?”

“No, grazie. Estoy aquí con amigos marroquíes. No, grazie. Sto qui con amici marocchini,” risposi cortesemente, incamminandomi verso il parcheggio antistante al porto. Riuscii a farmi fare un buon prezzo da un tassista e in meno di dieci minuti ero nella Ville Nouvelle, il quartiere in cui abitava Yusuf, l’host di CouchSurfing che mi avrebbe ospitato per due notti. Arrivato al suo indirizzo, mi trovai in una di quelle strade dove si alternano edifici di nuova costruzione, fazzoletti di terra incolta pieni di lattine e cartacce e scheletri di fondamenta in attesa di una nuova ondata di speculazione edilizia.

 Iniziai a chiamare Yusuf al cellulare: uno squillo, due squilli, tre squilli… sei squilli, sette squilli. Nulla. Attesi alcuni secondi, rifeci il numero e misi il telefono all’orecchio. Nulla di nulla, non partivano più neanche gli squilli. Guardai lo schermo del mio telefono; un messaggio automatico mi informava che non avevo più credito residuo. Ma come è possibile? Come ho fatto a finire il credito senza nemmeno usare il cellulare?!

Mi guardai attorno, leggermente innervosito. Mi sentivo affondare nella solita fangaia di titubanza che si mangia il pavimento tutte le volte che devo prendere una decisione. A un tratto notai una ragazza, senza velo, parcheggiare disinvoltamente a pochi metri di distanza. Provai sorpresa di fronte a quella scena. Certo, sapevo che il Marocco non era come l’Arabia Saudita… eppure mi sembrò strano; fu una reazione inconscia, spontanea, inattesa.

Bussai sul finestrino della sua macchina e, in francese, le spiegai la situazione. Dapprima incerta, poi sorridente, si offrì di chiamare Yusuf con il suo cellulare. Dopo pochi minuti, un ragazzo smilzo, con un paio di calzoncini rossi, una maglietta verde e slabbrata e due pianelle consumate, apparve dal fondo della strada, ciabattando verso di me con un largo sorriso stampato in faccia. Forse era a causa delle fessure tra i  denti o del taglio della bocca, ma mi ricordava vagamente un ranocchietto. Solo un pochino. Non era necessariamente brutto, comunque; i suoi occhi splendevano di una particolare luce smeraldo sotto al sole del meriggio, fondendosi perfettamente con il colore della sua maglietta.

“Hello Flavio!” mi disse, abbracciandomi.

“Hello Yusuf! How are you?”

“Good, thanks! And you?”

“All good! Were you sleeping? Tutto bene! Stavi dormendo?”

“Yes, I went to sleep only a few hours ago. Sì, sono andato a dormire un paio di ore fa,” rispose con un sorriso colpevole. Indicò un grande palazzo color ruggine, facendomi segno di seguirlo.

“Is that because of Ramadan? È per il Ramadan?” gli chiesi, non appena iniziammo a scendere verso il seminterrato.

“Exactly,” disse, fermandosi di fronte a una delle tante porte nel corridoio; girò la maniglia e spalancò la porta. Entrammo in una sala il cui arredamento era composto esclusivamente da due bassi tavoli di plastica e un grande tappeto di un rossiccio sbiadito, macchiato. La stanza da letto e la cucina erano state ricavate attraverso una serie di improbabili pareti divisorie ficcate posticciamente in mezzo alla sala. La sua stanza era semplice, spartana, verista: un piccolo armadietto di plastica, che, poverino, faceva pena al solo guardarlo, sopraffatto com’era da una babele di cuffiette, deodoranti, rasoi, dentifrici e occhiali da sole; e due materassi, sottili come fogli di carta, che giacevano affranti ai due angoli della stanza, a meno di un metro di distanza dal comodino.

Si grattò i capelli crespi e sottili, dello stesso colore di una puschia di sigaretta. “You can use my bed,” disse, indicando il letto a sinistra; un letto che, a giudicare dall’aspetto, non aveva visto un cambio di lenzuola da molto tempo.

“Is Ramadan hard? È difficile il Ramadan?” gli chiesi mentre cercavo di trovare un angolo vuoto in cui disfare le mie valigie.

“Not really, I am used to it by now. Non molto, ormai mi sono abituato,” rispose e si buttò sull’altro letto. Mi fermai a studiarlo per qualche secondo; doveva aver avuto la mia età. Non conoscevo nessuno tra i miei coetanei che osservava la Quaresima.

“What do you do in life? Cosa fai nella vita?” mi chiese mentre si grattava il naso leggermente uncinato.

“I used to live in London and work for a big corporation, but I quit my job to travel. Vivevo a Londra e lavoravo in una grande multinazionale, ma ho lasciato il lavoro per viaggiare.”

“Ah, that’s cool man!”

“How about you? E tu?”

“I work in a French restaurant.”

“Ah, nice…” commentai. Avevo iniziato a mordermi le unghie senza essermene reso conto.

“Are you from Tangier? Sei di Tangeri?”

“I am from Fes, but I moved here to work. Sono di Fes, ma sono venuto qui per lavoro.”

“Which of the two do you prefer? Quale preferisci?”

“Tangier! Cooler, more things to do, more work. Più cool, più cose da fare, più lavoro,” – fece uno sbadiglio profondo – “and my girlfriend lives here as well. Anche la mia ragazza vive qui.” 

“Is she from here? È di qui anche lei?”

“No, no, she is from Ecuador, she works for a Spanish company here. By the way, I can show you around if you want to visit Tangier. No, no, lei è dell’Ecquador. Lavora per una compagnia spagnola qui. Comunque, se vuoi ti posso portare in giro per Tangeri,” propose. Poi sbadigliò, di nuovo.

“Thanks, but you look quite tired. How about you keep resting while I go to visit some places nearby? I wanted to visit Lixus. Grazie ma sembri stanco. Se ti riposi mentre io vado a visitare dei posti qui vicino? Volevo visitare Lixus.”

“Ah, yes, that’d be perfect,” disse, visibilmente sollevato.

Mi accompagnò a una fermata di taxi a pochi minuti dalla sua casa e indicò uno dei tanti van parcheggiati. 

“Those are ‘grand taxis’; you take them when you need to travel between cities. Questi sono i grand taxis. Li prendi quando viaggi tra città.”

“Ok, cool. Could you please ask for the price for me? Puoi chiedergli quanto viene?” gli chiesi.

“It’s 40 dirham,” mi informò dopo una breve chiacchierata con il tassista.

“How do you say ‘thanks’ in your language? Come dite “grazie”?”

“You can say ‘shokran’, which is Standard Arabic, but many people say merci. Darija, our version of Arabic, is a mix of Arabic, French and Berber. Puoi dire “shokran” in Arabo Standard, ma tante persone dicono “merci”. Darija, la nostra versione di arabo, è un mix di Francese, Berbero e Arabo.”

“Ok, shokran!”

“La shokran ala wajib! Prego!” mi disse a gran voce mentre lasciava la stazione. Rimasi per qualche secondo a guardarlo scomparire dietro l’angolo poi mi rigirai verso il taxi.

mi ci volle un po’ per capire che qualcosa non quadrava. Due uomini stavano salendo sul sedile anteriore, altri due erano seduti sul sedile posteriore… più io e l’autista… e infine una donna, con un velo rosa antico, che aspettava davanti alla portiera della macchina. 

“Mais il n’y a pas d’espace! Non c’è abbastanza spazio!” esclamai non appena mi fece cenno di entrare prima di lei.

“Bienvenido a Marruecos!” rispose, ridendo sotto ai baffi.

L’avventura era ufficialmente iniziata. Incastrato tra due uomini e una donna nel retro di una macchina. Due uomini nel sedile di fronte… seduti così vicini; una cosa del genere non sarebbe mai successa in Europa. Ma che cazzo dico, una roba come sette persone in un taxi non sarebbe mai successo in Europa, a prescindere dal sesso! E comunque, vogliamo parlare di questa povera donna baffuta qua?! Ma non ha paura a viaggiare da sola in una macchina piena di uomini?

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